- Transumanza sì, ma con calma!
- di Dott. Jacopo Goracci del: 08 giugno 2011
- Categoria: ATTUALITÀ
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La nostra memoria vive di immagini legate ad una campagna costellata da animali al pascolo, che, ahimè, ormai non esiste più.
Adesso gli animali vengono allevati all’interno di ipertecnologiche stalle e la transumanza, quando la si fa, viene organizzata con camion o treni e velocemente!
Dimentichiamo spostamenti che richiedevano tradizionalmente più di un mese: oggi con il movimento meccanico s’impiega un singolo giorno per passare dalle zone collinari e montane verso i litorali pianeggianti e viceversa.
Ma è possibile ottenere gli stessi risultati diminuendo così i tempi?
Direi di no: il movimento legato alla transumanza è storicamente lento perché quando inizia la stagione secca è ancora presente la neve sulle montagne: per questo la risalita verso le alture è calma e graduale. Inoltre, aprile e maggio rappresentano alcuni tra i mesi botanicamente più importanti: avviene infatti in questo periodo la fioritura. Nel caso in cui gli animali permanessero nelle vallate durante questo periodo verrebbero a distruggere pascoli e foreste e, quindi, con questi anche la possibilità per le specie vegetali e animali di riprodursi.
Inoltre, è bene non dimenticare che gli animali hanno anche il fantastico “compito” di trasportare i semi e, dunque, la fertilità: una pecora può trasportare ben 5.000 sementi ogni giorno! Così, per ogni mese, un branco di pecore mobilita più di 2 milioni di semi.
In una fase di cambiamento climatico e di impoverimento globale della biodiversità come sta avvenendo oggi, questo fenomeno risulta fondamentale per evitare l’estinzione di molte specie vegetali: con la transumanza i semi trovano nuovi luoghi per riprodursi e sopravvivere, e con loro la vita può perpetrarsi.
I problemi legati allo spostamento a piedi con le mandrie nascono però spesso dal contrasto con la viabilità e con i ritmi del 21° secolo. L’antropizzazione dilagante, l’edificabilità di zone storicamente a vocazione agricola e la stupidità troppo spesso dilagante mettono a dura prova questa pratica millenaria: l’accesso alle greggi è infatti proibito anche neiparchi fluviali, aree in cui si concentrava tradizionalmente la pastorizia. Quando proprio i prati non sono accessibili e i campi già coltivati, i vasti incolti lungo i fiumi hanno da sempre rappresentato l’area ideale per il pascolo nomade, anche grazie alla presenza costante dell’acqua. Le greggi quindi qui non causano danni ma, anzi, tengono puliti gli argini del fiume, aiutando a prevenire anche rischi di alluvioni, brucando la vegetazione composta generalmente da specie autoctone e piante infestanti ben resistenti anche al calpestamento ed al passaggio degli animali.
La figura del pastore potrebbe così ergersi a risorsa per la gestione delle aree protette, presidio costantemente presente sul territorio, vera e propria sentinella ambientale, nonché produttore di alimenti di eccellenza gastronomica.

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