Vet Forum
- La sinergia interdisciplinare: “modello elettivo nella medicina comportamentale”
- di Dr.Castelli - Dr. Moretti del: 10 gennaio 2011
- Categoria: ETOLOGIA-COMPORTAMENTO
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Lo studio del comportamento animale e il progressivo sviluppo delle discipline comportamentali applicate ha visto nascere, anche in Italia, un settore della medicina veterinaria dedicato appunto alla diagnostica e alla terapia di tutte le anomalie legate in particolare agli animali d’affezione che sono accumunate sotto il termine generico di disturbi comportamentali e che di fatto soggiacciono a differenti categorie etiologiche, a dire il vero anche non sempre patologiche. Certamente il fenomeno è dovuto ad un elevato avanzamento della referenza animale in generale e soprattutto dello status sociale dei cani e dei gatti in un periodo in cui quasi universalmente è avvertito un allargamento della comunità morale ad includere tutte le specie viventi, natura compresa, come pazienti morali di fronte ai quali la nostra specie, l’unica assunta a dignità di agente morale per acquisiti meriti di intelligenza razionale, ha il dovere di responsabilità e custodia. Si fa strada così, per una sorta di analogia esistenziale non sempre proficua, perché facilmente slittabile in uno scomodo e spesso psicogeno antropomorfismo, il bisogno di accudire il proprio congiunto di altra specie in maniera più competente o semplicemente cercare di migliorare le prestazioni del proprio incontro con lui evitando comportamenti indesiderati da entrambe le parti ed ecco il ricorso alla medicina comportamentale, vero mezzo di lettura, guida e correzione del comportamento animale per le famiglie interspecie. Ma all’espansione della domanda si assiste ad un’inusitata proliferazione di figure professionali non sempre correttamente formate, per lo meno per quanto attiene ad una preparazione accademica certificata che possa garantire non soltanto competenza, ma anche una contestualizzazione formale della stessa, così come all’interscambio, altrettanto pericoloso, di ruoli professionali adoperati fuori contesto e così spesso si assiste a medici veterinari che realizzano interventi a scuola senza l’ausilio di un pedagogista che pianifichi scientificamente il progetto formativo in modo da renderlo efficace o etologi che si riqualificano come educatori cinofili grazie ad una moltiplicazione di corsi, peraltro di dubbia validità e di brevissima durata o ancora, e questa è l’occorrenza più frequente, educatori cinofili che si improvvisano medici veterinari comportamentalisti, sostituendosi a questi nel tracciare profili di personalità, formulare diagnosi e proporre terapie comportamentali a cani anche con gravi e pericolose patologie con l’intuibile rischio che questo comporta per i cani stessi e le persone con essi coinvolte.
Ma se è vero come ha scritto il teorico del dialogo, M. Buber che “all’inizio è la relazione”1 , non solo per le specie sociali come la nostra, perché questa è ad un tempo l’energia e il vettore esistenziale che regola il mondo, lo è tanto più nelle famiglie interspecie dove tutto si gioca proprio sui rimandi relazionali. C’è chi ha proposto ad esempio nella disamina del rapporto uomo-cane il concetto di “branco-famiglia”2 con la chiara intenzione di sottolineare quanto la competenza relazionale del polo umano della stessa famiglia determini di fatto l’adeguamento comportamentale del cane in riferimento a parametri normalmente desiderati ed etologicamente corretti e quindi anche la serenità del rapporto e, di converso, appare chiaro quanto una marcata incompetenza nella gestione della relazione interspecifica sia la causa primaria di una gran parte di patologie comportamentali degli animali d’affezione e fornisca un elemento aggravante per quelle a differente etiologia. Ecco allora la ricerca di un centro di medicina comportamentale capace di prendere in carica non solo l’animale portatore di anomalia comportamentale, ma anche l’intera famiglia in un lavoro congiunto da un lato di vera e propria terapia sul soggetto e dall’altro di pedagogia dialogica di gruppo.
Così è necessario ribadire che il medico veterinario comportamentalista è l’unico specialista in grado di formulare profili di personalità dell’animale, così come di valutare il suo stato psichico, anche attraverso un’adeguata ed esaustiva diagnosi differenziale dell’intera sfera psicosomatica e quindi di stabilire un’adeguata strategia terapeutica, sia farmacologica, quando occorre, sia comportamentale e in ultima battuta – qualora lo ritenga necessario - di prescrivere all’addestratore cinofilo gli esercizi su cui questo dovrà insistere per agevolare la soluzione del problema valutandone l’effetto ed eventualmente guidandone una modulazione. Questo dovrebbe essere infatti il giusto paradigma con cui coinvolgere la figura professionale dell’educatore cinofilo la cui dignità si consuma proprio, esattamente come quella di ogni altro professionista, nella stretta adesione al proprio reale ruolo, piuttosto che nella vestizione di quelli altrui. La stessa cosa peraltro non sarebbe assolutamente tollerata in campo umano, dove nessuno si sognerebbe di affidare la cura di patologie psicotiche o nevrotiche importanti ad istruttori di attività ginniche o a personal trainer, per quanto adeguatamente preparati ed efficienti, se non in attività inserite in un progetto più ampio che comunque preveda la supervisione di un clinico del settore.
Ma la terapia comportamentale richiede anche una competenza di decodificazione e codificazione comunicativa che spesso esula dalle competenze del medico veterinario, perché per un successo terapeutico occorre anche effettuare una vera e propria lettura sistemica della famiglia, capace di decifrarne la struttura relazionale nelle singole dimensioni individuali e nelle differenti interdigitazioni psicodinamiche; pertanto ecco la necessità di una seconda figura professionale, ossia l’etologo comportamentalista, uno specialista in scienze umane con competenze in etologia cognitiva ed applicata, capace di decriptare la complessa semiosi della comunicazione umana e animale della famiglia interspecie, evidenziandone – come si è detto - in prima istanza la trama quantitativa e qualitativa delle relazioni, quindi i conflitti e i nodi emotivi eventualmente presenti che ostacolano la linearità del rapporto con l’animale d’affezione inficiando pertanto anche il processo terapeutico. È altresì necessario poter tracciare un profilo familiare in grado di comprendere non solo le valenze individuali e sociologiche della famiglia intesa appunto come sistema sociale, ma anche antropologiche, ossia considerare la stessa nel proprio patrimonio culturale ed etico di riferimento ed infine etologiche, quindi intendendola nella sua universalità filogenetica, così spesso trascurata nelle sistemiche familiari, laddove è invece in grado di chiarire sfaccettature umane altrettanto importanti e che qui, nell’osservazione della famiglia interspecie, diventa un vero e proprio punto di forza. La positività di questo approccio ha una duplice valenza: certo analitica, come già accennato, ma soprattutto pratica, nel segno dell’etica della differenza, perché impone al professionista e così pure ai familiari analizzati la necessità di concedere un’uguale dignità a tutti i soggetti coinvolti, svelati così come semplici animali di specie diverse e quindi da intendere ed integrare appunto all’insegna di un vero incontro dialogico di culture etografiche differenti.
Ed ecco che grazie a questa complessa, ma esaustiva lettura è possibile comprendere le reali motivazioni dell’atteggiamento emotivo e dell’approccio relazionale verso l’animale da parte dei singoli componenti della famiglia intesi individualmente e nelle dinamiche di gruppo, ma soprattutto è raggiungibile un importante cardine terapeutico della medicina comportamentale, ossia la compliance familiare che, dopo la fiducia nel proprio medico, segna la disponibilità dei tutori a lavorare su di sé per mutare, anche in senso diametralmente opposto, il proprio orientamento psico-emotivo verso il loro animale d’affezione e quindi apportare anche vistose modifiche alla sua gestione quotidiana, come è spesso necessario.
Il passo successivo è la realizzazione della resilienza familiare, ossia come la definisce F. Walsh3, “un insieme di strategie di coping e di processi di adattamento che intervengono in seno alla famiglia intesa come unità funzionale. […] Il modo in cui una famiglia affronta e gestisce un’esperienza perturbante, contiene i livelli di stress, si riorganizza in maniera adeguata e prosegue la sua vita influenza i processi di adattamento immediati e nel lungo periodo di tutti i componenti nonché la reale sopravvivenza e il benessere dell’intero nucleo familiare” ed è grazie all’attivazione di questo meccanismo, una sorta di tridimensionalizzazione della compliance data dalla messa in comunione della stessa, dove tutti si dispongono in assoluta sinergia nel tentativo di recuperare la relazione con l’animale di casa che la terapia comportamentale ha la sua reale occasione di riuscita.
Una strategia di branco? Così “l’uomo, l’essere dotato di ragione e di un elevato e responsabile senso morale, l’uomo, la cui più bella e nobile professione di fede è la religione della fratellanza, proprio nell’attitudine al più puro amore fraterno viene per secondo… dopo un animale da preda!”4
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1 M. Buber, Ich und Du, Lambert Schneider, München– Heidelberg, (tr. It.: Il principio dialogico e altri scritti, San Paolo, Milano, 1993): p. 72.
2 C. Mège et Al. Pathologie comportamental du chien, Masson-AFVAC, Paris, 2003, (tr. It.: Patologia comportamentale del cane, Masson, Milano, 2006): p. 7.
3 F. Walsh, Strengthening Family Resilience, The Guilford Press, s.l., s.d. (tr. It.: La resilienza familiare, Cortina Editore, Milano, 2008: p. 19).
4 k. Lorenz, So kam der Mensch auf den Hund, Deutscher Taschenbuch Verlag GMBH & Co, München, 1983, (tr. it.: E l’uomo incontrò il cane, Adelphi, milano, 1989: p. 114)
Avevo piacere di ringraziare la Dott.ssa Moretti e il Dott. Castelli per averci dato la possibilità di aprire una nuova sezione dedicata al Comportamento Animale e a tutti i risvolti che ne possono scaturire attraverso il rapporto sempre più stretto con l'uomo. Un area attraverso la quale possiamo, anche attraverso i vostri interventi, percorrere e approfondire argomenti in materia, utili alla nostra professione verso una strada sempre più attuale, esigente e che vede il ruolo del veterinario sempre più importante. Detto questo ricordo a tutti i colleghi che possono effettuare domande o presentare casi clinici.
Dott.ssa Benedetta Giannini - Redazione Vet Forum

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